Il posto fisso? Una specie in via di estinzione

"Il lavoro non è più un posto dove andiamo, ma qualcosa che facciamo”. Si apre così uno studio condotto da IDC che indaga come sta cambiando la concezione di “posto di lavoro”.

Il posto fisso
Oggi, il posto di lavoro non è più percepito come uno spazio fisico o un orario prestabilito. Le persone non vogliono più un lavoro fisso inquadrato in una rigida fascia oraria 9.00-18.00, ma preferiscono la possibilità di lavorare ovunque, a qualunque ora e da qualsiasi dispositivo. La possibilità di fare smart working e lavorare da remoto è una caratteristica sempre più ricercata durante i colloqui di lavoro, in particolare da chi ha figli o si deve prendere cura di un’altra persona, ma anche da tutta la generazione di millennial che è nata e cresciuta con una mentalità completamente nuova riguardo al lavoro, molto più dinamica rispetto a 50 anni fa.

I vantaggi sono tanti: il lavoro flessibile non permette soltanto di dedicare più tempo alla famiglia, ma anche alle proprie passioni o, più banalmente, al tecnico della lavastoviglie che può venire a sistemarla solo il mercoledì tra le 11.00 e le 11.30. Fare smart working è ormai concepito come una riappropriazione del proprio tempo, il che non significa smettere di lavorare, ma ottimizzare meglio il tempo, ad esempio evitando le ore passate nel traffico per recarsi in ufficio.

L’era del digital workplace
L’evoluzione verso quella che IDC definisce “l’era del digital workplace” è già iniziata e non interessa soltanto i dipendenti, come si potrebbe pensare, ma anche i dirigenti delle aziende hanno iniziato a parlare di smart working. È dimostrato infatti, che le aziende che abbracciano la filosofia del “digital workplace” ricevono il sestuplo delle candidature per ogni posizione aperta rispetto alle cosiddette aziende tradizionali.

Risulta quindi chiaro verso cosa si indirizzi l’interesse dei lavoratori nel momento di ricerca di una nuova posizione. Di conseguenza, solo le aziende che sapranno adattarsi a questo cambiamento potranno, nei prossimi anni, conquistare i migliori talenti e trattenere i propri lavoratori. La flessibilità di orari e luoghi rientra, insieme alla formazione continua e allo sviluppo professionale e personale, in quella che viene definitiva retribuzione emotiva, ricercata e considerata alla pari della retribuzione salariale durante i colloqui.

I lavoratori liberi sono lavoratori felici
Il motivo alla base di questa trasformazione è semplice e lo confermano anche gli studi di sociologia: i lavoratori con un orario flessibile sono più felici, e i lavoratori più felici sono lavoratori più produttivi. L’equazione è chiara. Ben vengano quindi le reti cloud per condividere i documenti, le riunioni fatte con Skype e i messaggi WhatsApp per aggiornare un collega sulle ultime novità. C’è ancora qualcuno, però, che non vede di buon occhio questi strumenti e continua a farsi promotore di un unico modello di lavoro, quello “tradizionale”.

I dirigenti più scettici nei confronti del “digital worlplace”, coloro che temono in un calo della produttività da parte dei propri dipendenti, sono però facilmente smentiti dalle ricerche dell’Osservatorio del Politecnico di Milano dedicato proprio allo smart working. Risulta infatti che non solo una gestione matura dell’equilibrio tra vita privata e lavoro, perseguito con senso di responsabilità, autodisciplina e automotivazione è possibile, ma che è anche un vantaggio per le aziende. Un utilizzo saggio ed equilibrato dello smart working può portare all’azienda un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, sia in piccole sia in grandi aziende.

E le aziende italiane?

Questo 15% di produttività in più in ogni azienda si traduce, a livello italiano, in 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi per il Paese. Risulta quindi incredibile che la rivoluzione smart working non sia ancora penetrata a fondo nel mondo delle imprese italiane, dove si nota ancora un po’ di resistenza.

A livello europeo, secondo IDC, il 56% dei lavoratori europei aveva rinunciato all’idea del “posto fisso” a favore di un lavoro più mobile già nel 2017. Con circa 7 milioni (su 22 milioni di lavoratori), i mobile worker italiani si collocano decisamente al di sotto della media europea anche se, stando alle analisi IDC, questo numero sembra essere destinato ad aumentare sensibilmente nei prossimi due anni, arrivando a circa 10 milioni entro il 2020, segno che anche gli italiani stanno cambiando la loro mentalità lavorativa.

a cura di
Maria Pedrinelli
Regional Sales Manager
Cornerstone